Del tapiro d’oro e altri vitelli

Sabato 19 Novembre 2011 | peraPensiero

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La Bibbia è fonte inesauribile di metafore capaci di spiegare il reale con una forza francamente inimitabile. Si può anche essere atei e anticlericali ma la cultura occidentale, italiana in particolare, ha nell’immaginario biblico un vero e proprio archetipo.

Fare riferimento al figliol prodigo, al camminare sulle acque, al dividere il pane è il modo più rapido ed efficace per trasmettere i concetti di perdono/redenzione, onnipotenza, generosità. Per questo il racconto biblico è così pregnante rispetto ai nostri meccanismi di comprensione.

Di fronte all’ineluttabile efficacia comunicativa della terminologia cristiana si possono scegliere due posizioni: conoscerla o subirla. Ecco perché vorrei fare un piccolo parallelismo tra il Tapiro d’Oro gigante, che qualche giorno fa ha troneggiato davanti a Palazzo Grazioli per “sbeffeggiare” il deficiente del consiglio uscente Silvio Berlusconi, e i tanti vitelli d’oro che Berlusconi ha evocato durante il suo quasi-ventennio.

Fin dall’inizio della sua carriera politica B. si è presentato agli italiani come l’”unto dal Signore”, il Gesù Cristo della politica, non ha disdegnato di organizzare “nozze di Cana“, e neppure ha dimenticato di dire “lasciate che i bambini vengano a me” (per fare cosa è triste storia recente). Un ottimo riassunto dei tanti apparenti deliri lo trovate in questo articolo.

Rilevare quanto B. faccia uso esplicito e, per così dire, sfacciato della retorica cristiana è però fin troppo facile. L’hanno peraltro già evidenziato molti giornalisti anche di recente, e pure questi non arrivano certo per primi. Gian Antonio Stella per esempio nota giustamente che nel momento del suo declino B. si è autorappresentato come un Cristo tradito, evocando così la figura dell’eroe buono sconfitto dalla meschinità umana.

Ciò che invece è molto più difficile notare è l’utilizzo subliminale del racconto biblico. Mi riferisco a quei casi in cui la macchina comunicativa berlusconiana sfrutta i presupposti antropologici dei testi sacri, invece di calcarne le parole. Ed eccoci arrivati ai Vitelli d’Oro, all’idolatria e alla punizione che ne consegue.

Il Tapiro d’Oro comparso davanti a Palazzo Grazioli è un Vitello, un idolo che il popolo deve seguire in assenza del proprio messia (o profeta, o presunto tale, dato che il vitello biblico sostituiva Mosé e non Gesù). Il popolo ha bisogno di un idolo, l’idolatria è in qualche modo congenita all’umanità. Meglio quindi se, in assenza del Gesù di Arcore, il popolo adora un idolo costruito proprio dal sedicente Gesù stesso. Quanto durerà la traversata del deserto questa volta non importa affatto. Anzi, non è mai importato un fico secco: ciò che importa è che l’attenzione del popolo sia rivolta ad una delle incarnazioni della divinità.

I più attenti avranno sicuramente notato la stranezza di vedere B. sbeffeggiato proprio da un programma di una sua rete televisiva, nel punto più basso della sua carriera politica. Ma avete mai visto un Gesù che vieta ai suoi aguzzini di crocifiggerlo? No, e infatti B. non si è mai fatto mancare gli aguzzini in casa propria: dal Bagaglino alle Iene ha offerto al popolo moltissimi motivi, più o meno validi, per non dubitare della sua benevolenza.

Del tapiro, del bagaglino, delle iene, di striscia la notizia, di questi ed altri vitelli è costellata la storia di B.. Ferrara e Vespa per la loro capacità di rotolare nella pozzanghera migliore li paragonerei più a dei maiali, ma anche loro rientrano sicuramente tra gli oggetti di idolatria.

I vitelli sono ancora tutti lì, quotidianamente, che B. ci sia o no, che vada in parlamento o non ci vada, che sia a casa sua o in uno dei suoi bordelli (se c’è una differenza). Lui sa che abbiamo bisogno di adorare, sa che ce ne vergognamo, ma sa che continueremo a farlo. Del resto siamo peccatori no? E che diamine, ci sarà un po’ di perdono anche per noi.

Ma un dio? Un dio può peccare? Qui le metafore vanno in tilt e B. sarebbe fregato, se non fosse che un dio disumano non lo vuole nessuno. E in fondo non importa che sia veramente una specie di Gesù, a noi importa l’effetto che fa crederlo tale. In pratica non importa neppure che ci sia veramente un dio, quel che conta è crederlo.

Questo è il potere della metafora in generale: giocare con l’apparenza per rimandare ad una realtà che crediamo di conoscere. In particolare la metafora biblica trae significato dal suo sovrapporsi alla vita quotidiana. Quando gli eventi della nostra realtà assomigliano per qualche aspetto alla metafora biblica, deriviamo conclusioni riconducibili alla morale cristiana. Bisogna però dare per scontato che questa morale rechi valori condivisibili per giustificare l’utilizzo di parabole bibliche. Per esempio, utilizzare la metafora del salvatore per raffigurarsi come la persona capace di risolvere tutti i problemi di un paese è corretto soltanto se si crede nell’esistenza e nel valore positivo di un salvatore. Ciò può essere valido per i cattolici osservanti, ma non per tutti. Ma anche per i cattolici una tale presa di posizione dovrebbe destare, scritture alla mano, più di un sospetto.

«Chi fa metafore» dice Eco «letteralmente parlando mente – e tutti lo sanno». La metafora, e anche Eco lo sostiene, è un mezzo potentissimo di conoscenza. Permette di intuire e talvolta capire meglio di quanto non si possa fare leggendo interi libri. Però la metafora è, prima di tutto, una menzogna. La metafora è strumento dei poeti, non dei politici, e «I poeti» sostiene Nietzsche «mentono troppo».

Dietro la grande metafora di B. c’è l’indimostrabile postulato dell’esistenza di un salvatore, la sacrilega pretesa di esserlo, l’idolatria popolare del crederlo tale. Se non spezziamo questa catena siamo condannati ad adorare altri vitelli d’oro, come lo stesso B. è. Il salvatore, se c’è, sicuramente non fa l’imprenditore e nemmeno il banchiere.

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