Urécia

Lunedì 2 Agosto 2010 | peraPensiero

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Urécia era un matto, ma a me non è mai sembrato tale. Ai miei occhi di bambino sembrava un adulto come tutti gli altri. Anche lui passava fuori dal recinto del mio cortile, mentre io giocavo a pallone, e ciondolava al bar tutti i giorni dopo pranzo e dopo cena, anche lui con lo stuzzicadenti in bocca, anche lui disinteressato al lavorio femminile che precede e posticipa i pasti, come tutti i reduci del patriarcato indolente della bassa padana.

Non c’era assolutamente nulla di strano nel suo quotidiano ciondolare digestivo. Eppure ero stato avvisato che Urécia era un pazzerello. Già, pazzerello. Non ho mai capito cosa fosse esattamente un pazzerello: un pazzo che non è pazzo, o uno normale che non è normale? In ogni caso non mi sembrava un soggetto particolarmente pericoloso, e nonostante gli inviti a starci attento, Urécia per me è rimasto uno dei tanti uomini che mi guardavano divertiti giocare a pallone mentre andavano a farsi l’amaro al bar.

A differenza degli altri, Urécia però ogni tanto si fermava a parlare. Con me, con i miei genitori. Probabilmente lo sporadico chiacchiericchio a cui si lasciava andare era una delle abitudini che gli avevano fatto guadagnare l’appellativo di pazzerello. Eppure, a dirla tutta, non ricordo una sola volta in cui, durante quelle brevi conversazioni, Urécia si sia macchiato di affermazioni molto più strane di quelle che già a metà degli anni ottanta sentivo uscire dalla matrioska catodica che inscatola stronzate una dentro l’altra.

Erano i tempi in cui Toto Cutugno implorava che lo lasciassero cantare, e non solo lo lasciavano cantare, ma lo incitavano a farlo. Cantare, con la chitarra in mano. Com’erano diversi i tormentoni di qualche decade fa. E Urécia, il pazzerello, sapeva cantare e sapeva anche suonare un po’. E il giorno che mi sentì cantare Cutugno forse trovò uno dei tanti motivi per cui uscire dal proprio guscio e fare una chiacchierata.

Mi chiese se sapevo suonare. Io risposi che avevo appena iniziato a studiare il pianoforte, ma conoscevo solo qualche canzonetta. Urécia però non era soddisfatto, e volle sapere se sapevo suonare la chitarra. Ovviamente risposi di no. Manco l’avevo mai tenuta in mano una chitarra, e non ne avevo neanche mai vista una da vicino. Allora Urécia si illuminò e tornò sui suoi pochi passi diretto alla sua casa: ricomparve un paio di minuti più tardi con una chitarra. In mano.

Per essere un pazzerello ne sapeva fare di cose: sapeva parlare, sapeva suonare, sapeva cantare. Mi sono sempre chiesto quanti, anche avendo la stessa pazza abitudine di fermarsi a parlare coi propri simili, avrebbero poi qualcosa da dire. Di sicuro non molti riuscirebbero a competere con Urécia, e probabilmente la maggior parte farebbe come facevano gli altri pazzerelli meno pazzerelli che si fermavano a fare due chiacchiere ogni tanto al mio recinto: si riempirebbero la bocca di nuvole, temporali, grandinate di ghiaccio e sole inatteso.

Descrivere il dato di fatto. Trovare qualcosa di comune su cui essere d’accordo a prescindere, anzi, da essere così d’accordo da poterci anche litigare sopra perché tanto non cambia nulla. E’ solo tempo che passa. Forse questa era la normalità che Urecia non sapeva garantire.

Chissà come si annoiava nel bar. Ma non c’era alternativa. Se vuoi sembrare normale in un paese come Budrio, al Bar ci devi andare, devi bere l’amaro, fumarti un mercantile di sigarette e morire di cancro a cinquant’anni. Questa è la prassi.

Ma Urecia li ha fregati. E’ morto a 53 anni, ed è morto perché voleva morire. Perché lui era un pazzerello, e non era in grado di valutare se era meglio continuare ad andare al bar tutti i giorni come un inutile soldato ferito, oppure buttarsi sotto un camion. E quindi i soldati feriti saranno ricordati come eroi di guerra. Urécia sarà dimenticato come un pazzerello che suonava la chitarra, cantava di essere un italiano, un italiano vero, e ogni tanto parlava a sproposito.

Io lo conoscevo poco, ma credo di conoscere quel che c’era da conoscere di lui, non certo per merito mio, ma per effetto della verità pura e insondabile che era in grado di offrire in pochi attimi. Chissà se da qualche parte c’è ancora la sua chitarra. Ora che la so suonare mi piacerebbe suonarla per lui, prima di dimenticarmelo e tornare al bar, come un italiano finto.

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1 commento per Urécia

Chiara
Martedì 3 Agosto 2010

“Che cos’è la realtà?”,chiese Veronika.
“Ciò che la maggioranza ha ritenuto che dovrebbe essere.Non necessariamente la situazione migliore,né la più logica,ma quella che si adatta al desiderio collettivo.Vedi che cos’ho intorno al collo?”
“Una cravatta.”
“Giusto.La tua risposta è logica,coerente per una persona assolutamente normale:una cravatta!Un matto ,però,direbbe che porto intorno al collo un pezzo di stoffa colorata,ridicolo,inutile,annodato in maniera complicata,che rende difficili i movimenti della testa e richiede uno sforzo maggiore per fare entrare l’aria nei polmoni.Se dovessi distrarmi mentre mi trovo vicino a un ventilatore,potrei morire strangolato da questo pezzo di stoffa.
Se un matto mi domandasse a che cosa serve una cravatta,dovrei rispondere:’assolutamente a niente’.Non può dirsi utile neanche per abbellirsi,perché oggigiorno è divenuta addirittura il simbolo della schiavitù,del potere,del distacco.
La sua unica utilità si manifesta al ritorno a casa,quando una persona può togliersela,provando la sensazione di essersi liberata da qualcosa che non sa neanche cosa sia.
Ma quella sensazione di sollievo giustifica l’esistenza della cravatta?No. Eppure ,se domandassi a un matto e a una persona normale che cos’è il nastro che porto intorno al collo,sarebbe considerato sano colui che mi rispondesse:’una cravatta.’ Non importa chi è nel giusto:importa chi ha ragione.”

Veronika decide di morire
Paulo Coelho


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