Un posto che si chiamasse Anarchia

Venerdì 22 Gennaio 2010 | Amici, peraPensiero

Sono appena tornato dalle prove generali del nuovo spettacolo degli Artenovecento. Il mio gruppo, i miei amici, semplicemente l’esperienza più bella della mia vita. Ed è per questo che scrivo di loro qui, sul mio blog personale, e non sul sito degli Arte… come ormai ci chiamiamo tra di noi. E’ un’esperienza che sta durando da tempo: quasi otto anni. Una barca che è andata avanti nonostante ci fossero scogli giganteschi sulla nostra rotta, con la sola forza dell’amore per quello che abbiamo fatto e che faremo per Fabrizio De André, la buona musica e per chi ha condiviso tutte le nostre grandissime emozioni.

Qualche giorno fa una brava giornalista mi ha chiesto se non sentissi il peso della responsabilità nel rappresentare De André sul palco. Posto che io non rappresento nessuno se non me stesso, credo sia stata una domanda interessante. La mia risposta è stata “certamente sì”; ma non è certo la responsabilità la prima cosa che mi viene in mente quando salgo sul palco. E non è nemmeno questione di sentirsi investiti di chissà quale missione. Quello che io e miei compari speriamo di fare ancora per molto tempo è in fondo difendere la nostra umanità e la nostra libertà, utilizzando i soli mezzi che riteniamo possibili: l’arte, il canto, la musica.

E difendere la propria libertà è forse l’unico modo che ognuno di noi ha per aiutare gli altri ad essere liberi. Del resto di tutti i prodotti di esportazione forse i più ridicoli sono proprio la libertà e la democrazia. Voglio dire: imponiamo pure al mondo di mangiare da McDonald, instilliamo pure in ogni cuore la paura del terrorismo islamico, sballiamo le famiglie di talk e reality show. Ma cazzo… imporre la libertà è veramente l’ultima delle troiate (e pensare che ci hanno fatto pure un partito).

Io non me lo spiego. Come si può imporre a una persona di farsi delle domande? Di trovare delle risposte? Di essere qualcuno o qualcosa d’altro da quel che è? Di andare a lavoro, ma anche no? Di desiderare dei soldi, ma anche no? Di voler girare il mondo, o stare fermo per tutta la vita, o solo per un po’? Di essere sincero o dire immani fesserie e bugie? Di avere vergogna o di passare sopra a qualsiasi principio di rispetto? Di saper amare o odiare veramente? Di perdonare o non perdonare? Di sapere quello che vuole dalla vita o lasciare che sia la vita a fare quello che vuole di lei/lui?

L’unica possibilità è difendere la libertà in se stessi. Prima o poi qualcuno la noterà. E non ci sarà bisogno di imporre alcunché. Questo per me significa viaggiare verso un posto che si chiamasse Anarchia. Il più grande dei viaggi, perché porta ad un luogo che non è un luogo, che non esiste e non esisterà mai. Ma non è forse l’atto di libertà più grande quello di rinunciare alle lusinghe della realtà, per il più grande dei sogni? Io credo di si… anche se non è facile capirlo.. e talvolta non lo capisco neppure io. Lo afferro solo per degli attimi, come in questo momento.

Ma sono certo che alcune persone non lo capiranno mai, neppure per un attimo e nemmeno per sogno. E va bene così. Il mio viaggio è diverso dal loro, per reciproca fortuna.

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2 commenti per Un posto che si chiamasse Anarchia

cz
Martedì 26 Gennaio 2010

Bella Pera, Marghe mi ha raccontato di un grande spettacolo. Ci sono poi anche quelli che ti capiscono al primo battito di ciglia, giovane umanità antica fiera indigesta. Complimenti.

Pera
Mercoledì 27 Gennaio 2010

Grazie Botta. Sono stato piacevolmente sorpreso di vedere Marghe a teatro! E sono felice che le sia piaciuto. Spero che potrai vedere una delle prossime repliche se sarai in Italia. Saluti libertari!


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