Piadina romagnola con beffa finale

Martedì 17 Novembre 2009 | peraTavola

Come annunciato, il 14 novembre 2009 ho finalmente infranto un tabù: sono in grado di fare la piadina romagnola.

L’esperimento può dirsi riuscito, ed ora andrò a descriverlo nei momenti salienti. Per deontologia professionale non ometterò nulla, comprese le magagne, ma soprattutto compresa la beffa finale, poi prontamente rimediata.

Ma andiamo al sodo. Voi appassionati di cucina locale, non locale e di ricette romagnole e del resto del mondo, sarete sicuramente impazienti di leggere finalmente un vero esperimento di cucina. Io ad esempio, anche se di fornelli non ci capisco una mazza, ho un po’ le scatole piene di leggere articoli in cui sconosciuti dilettanti allo sbaraglio riescono in un colpo solo a cucinare un’anatra laccata che neanche Vissani…

Io sono un absolute beginner e lo dichiaro con orgoglio. E proprio per questo credo che sarebbe molto più onesto se tutti mettessimo online i nostri errori in cucina, a imperitura memoria e con la speranza che certe cose non accadano mai più a nessuno. Io almeno non auguro a nessuno quel che è capitato a me sabato scorso.

Bon.. si parte.

Parte I - Ingredienti e utensili

  • Circa 500 gr di farina
  • Circa 80 gr di strutto
  • Sale circa 30 gr
  • Zucchero, un pizzico con mano di dimensioni medie (diciamo la metà di una mano di Gianni Morandi)
  • Credo 10 gr di bicarbonato
  • Acqua tiepida (che si è raffreddata prima che la usassi)
  • Teglia di Montetiffi su fornello a gas con diffusore di fiamma (purtroppo non ho un camino)
  • Tagliere e mattarello

Gli ingredienti che leggete sopra sono una crasi tra la ricetta originale della vera piada romagnola contadina allegata alla teglia, e un casino di altre robe lette in internet di cui è impossibile ricostruire una traccia. Ma alla fine l’unica cosa che ho cambiato, a parte alcune quantità che nella ricetta della teglia non sono specificate, è lo zucchero, perché mi sembrava dare quel tocco naif che non guasta mai in nessuna ricetta.

Parte II - Preparazione

Ho fatto il tipico vulcano di farina al centro del tagliere e ho buttato dentro strutto e bicarbonato.

Dopodiché ho messo un mucchietto di sale ai piedi del vulcano, tipo pompeiano in attesa dell’eruzione. Dopodiché ho cominciato a versare acqua dentro il cratere mescolando pian piano gli ingredienti. Ben presto il sale pompeiano ha avuto la fine che desiderava ed è finito mescolato allo strutto come un uomo nella lava.

Ho aggiunto acqua poco a poco solo quando lo ritenevo necessario, ed ho continuato ad impastare fino ad ottenere un pistolotto di impasto bello compatto ma non duro. Credo, onestamente, di aver prolungato oltremodo questa operazione perché intanto rispondevo alla chat di Google.

Dopodiché ho tagliato l’impasto in tanti blocchetti formando palline non troppo grandi, e questo è stato il mio fatal flow, l’errore fatale tipico dei personaggi di Shakespeare.

Parte III - La teglia

Intanto che l’impasto si riposava un po’ come suggerito da tutte le ricette online (che fatica abbia fatto lo ignoro), ho preparato la teglia.

Dovete sapere che se usate la teglia sul fornello a gas, occorre un diffusore di fiamma che distribuisca il calore equamente sulla superficie della teglia. Quello semplice, che vedete anche nella foto, costa meno di 2 euro. Ce ne sono di molto migliori ma stavolta ho provato così (mi è sembrato abbastanza scarso, forse è melgio prendere quelli in ceramica che però costano molto di più).

In secondo luogo, se è la prima volta che usate la teglia, dovete prima cospargerla di crusca e farla scaldare finché la crusca non è diventata bruna/nera. Poi spazzate via la crusca e potete cominciare a cuocere. Non vi so dire il motivo di questo rito sciamanico, chiederò e vi saprò dire. In ogni caso, dopo la crusca, la teglia è pronta per cuocere.

Parte IV - Mattarello e via sul fuoco

Tornato dalle palline belle riposate, le ho prese ad una ad una e le ho stese quanto più possibile, cercando di raggiungere le dimensioni della teglia.

Ci sono riuscito solo in parte e oltretutto ho causato la più grande beffa che potesse capitarmi dopo il post di ieri e dopo tutte le pugnette che faccio agli amici riminesi: una volta cotta la piadina era SOTTILE come quella di Rimini!

A mia parziale difesa posso però confermare che la piada sottile fa cagare. E infatti ho cominciato ad unire le palline a due a due e a stendere meno l’impasto.

Queste, una volta cotte, sono risultate apprezzabili. Certo non quelle del chiosco, e men che meno della nonna, ma decisamente buone come prima volta.

Parte V - Errori da non ripetere

  1. L’acqua: se voleve usare l’acqua alla vecchia maniera, usatela davvero tiepida, scaldandola un po’ prima di usarla. Vi aiuterà molto a sciogliere lo strutto e ad impastare. Se invece volete un risultato più saporito e morbido, forse è meglio usare il latte.
  2. Il bicarbonato: a me piaceva l’idea della bella piada gialla da osteria, e infatti l’ho ottenuta. Ma col lievito forse viene più aggiornata e vicina alla piada che siamo abituati a vedere e mangiare.
  3. Le palline di impasto: devono essere grosse quanto una melingarnata (melograno), e vanno stese un po’ grosse, in modo che la piadina rimanga Romagnola e non sottile.

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