In che curva vanno le svedesi?
Il 18 novembre 2009 lo Stadio Manuzzi di Cesena ospiterà la nazionale per una sfida amichevole contro la Svezia. E sticazzi… direte voi. E ci avete pure ragione. Però il mio fratellino ci vuole andare. Simone gioca a rugby ma ancora è parzialmente risucchiato dal vortice della passione calcistica che attrae praticamente ogni singolo teenager italiano. E chi lo accompagna allo stadio? I suoi fratelloni, chiaro..
Avessi avuto io un fratellone che mi portasse a vedere Gullit quando il Cesena fece la sua breve sortita in serie A tanti anni fa. E adesso oltre al danno di non aver visto il mio mito calcistico infantile, ho anche la beffa di accompagnare il mio fratellino a vedere Camoranesi. Ma poco importa, sono contento che un domani mio fratello, che si fa beffe di Camoranesi quanto me, possa ricordare di quando è riuscito a vedere la nazionale italiana. Visto che ci tiene tanto..
E allora via.
“Scusi dove si comprano i biglietti per Italia-Svezia?”
“A Cesena, Bar Fiorita e Tabaccheria del Corso! Ma c’è la fila da due giorni!”
“Cazzz, davvero?”
“Eh si.. sai i biglietti nominali. Bisogna portare il documento altrimenti ti attacchi.”
“E allora?”
“Eh.. allora si va all’Iper a Savignano. Alla cassa centrale fanno i biglietti per la partita.”
La post modernità. Il tritacarne della storia tra poco avrà completamente macinato il ricordo di quando c’era la macelleria che vendeva la carne, il droghiere che vendeva spezie e condimenti vari, il barbiere. Oggi vuoi comprare un biglietto per la partita e cosa devi fare? La fila all’ipermercato col numerino come per comprare 2 etti di salame.
“Come lo vuole il biglietto?”
“Lo voglio dal sapore distinto e di qualità superiore!”
“Spiacenti, li abbiamo terminati.”
“E beh.. allora fresco di Curva Mare, ma sempre di qualità superiore.”
“Desolata, abbiamo finito anche questi…”
“Mah, mah.. allora…”
“Allora i posti di qualità superiore sono finiti, quindi se vuole vedere la partita dall’alto si becca un posto in Curva Ferrovia, oppure sotto in qualsiasi altro settore dello stadio. Altrimenti non rompa i coglioni e se la guardi da casa.”
Questo è quello che avrei risposto io alle venti persone in fila davanti a me e mio fratello. Ma le cassiere del supermercato non sono mica come il macellaio d’una volta. Loro ti trattano coi guanti, hanno studiato le tecniche di customer care, e non si azzarderebbero mai a farti notare che non puoi fare aspettare altre 40 persone (la fila si allungava al ritmo di 5 persone al secondo), perché non riesci a scegliere il posto migliore tra gli 8000 residui, e il tutto per vedere una inutilissima partita amichevole della nazionale (con Camoranesi per giunta…).
E allora paziento. Avanzo lentamente, penso a tutte le volte che mi sono trovato in fila: Mirabilandia, Gardaland, l’anteprima del Signore degli Anelli, ma anche l’accettazione dell’ospedale, le poste e altre attese meno gradevoli come le file alla segreteria di Lettere a Bologna. Tutte situazioni diverse ma sempre foriere della stessa angosciosa sensazione: sono uno come gli altri, con lo stupidissimo bigliettino in mano e con le mie domande scontate, davanti ad un impiegato programmato per rispondere ad un insieme chiuso di questioni. In quell’insieme di domande c’è sicuramente anche la mia, fatta da me, con la mia faccia, la mia vita, le mie aspettative non sufficientemente importanti da meritare un’attenzione superiore o inferiore a quella altrui, non in una fila d’attesa. E quando arriverà il mio turno certamente all’impiegato non fregherà un cazzo di queste farneticazioni e non vorrà sentir altro che una delle solite domande, fatta da uno come tutti gli altri.
E perché mai un impiegato dovrebbe preoccuparsi di chi ha di fronte? Il suo mestiere è attendere dietro al vetro o al bancone, filtrare gli anatemi e le passioni del popolo, e colarli nelle casse sotto forma di soldi. Tutto il resto è irrilevante. Non è mica il macellaio.. che ti chiede se il macinato lo vuoi misto o di manzo, o se la pancetta la vuoi tagliata grossa per la pasta, o normale sottile, ma poi è anche contento di sapere se ti è piaciuta, se gli ospiti son stati contenti.
Ma cavolo direte voi. E cosa ti può chiedere un impiegato postmoderno, mentre ti vende un biglietto per lo stadio di fianco agli scaffali dei cosmetici, e con un esercito di mamme che sfrecciano tra le corsie del megastore col carrello pieno, come se non ci fosse un domani?
Io un po’ di domande le avrei avute da fare alla gente in fila con me. Perché non erano tutti come me. Lo capivo dai vestiti, lo capivo dai discorsi, lo capivo dagli sguardi.
Lo annusavo nell’odore delle macchie di vernice dell’operaio di fianco, nei suoi occhi rossi e nella sua bocca senza sorriso, che probabilmente per questo mese avrà la sola soddisfazione di vedere questa partita nella Curva Mare in basso (in alto i posti sono finiti), perché “sono un fedelissimo, non posso andare in Curva Ferrovia”, così diceva alla cassiera.
Lo constatavo nel signore in elegante cappotto e sciarpetta firmata che arrivato dopo di tutti è riuscito miracolosamente a infilarsi dietro al bancone con una scusa e ad ottenere, probabilmente gratis, ambitissimi biglietti per la tribuna.
Lo rimarcavo nel ragazzo romeno senza documenti appresso, per il quale ha garantito il padre adottivo. Che gli fregherà mai a lui di andare a vedere l’Italia? Si lo so.. lo state pensando: e allora di Camoranesi? Che gliene fregherà mai?
Siamo in fila, uno dietro l’altro, col numerino strappato e con le stesse domande da fare. Forse le file sono così noiose perché la nostra personalità vi si annulla, e a nessuno frega niente degli altri, nemmeno all’impiegato che probabilmente sarà l’unico a rivolgerti la parola al termine di due ore d’attesa.
Ed ecco che uomo dopo uomo mi avvicino alla cassa e leggo la noia negli occhi della commessa. Lei pensa che io, l’imbianchino, il signorotto in sciarpetta e il ragazzo romeno siamo tutti uguali, annullati nella serialità numerica della fila. La vedo mentre annuncia il mio numero “155″, e pensa: “avanti il prossimo scassaballe, chissà questo dove vorrà andare”.
Mi dispiace per lei e per me, seriamente, la capisco e non mi abituo a questo dispiacere. Credo ancora in un mondo dove l’originalità dell’essere umano può emergere in qualsiasi momento, in una qualsiasi fila anonima. Ma a quanto pare sappiamo tutti stare a questo gioco e stiamo tutti buoni, uno dietro l’altro, e apriamo bocca solo quando è previsto. All the world’s a stage… e purtroppo il copione lo sappiamo talmente bene che lo diamo ormai per scontato.
Ed ecco che tocca a me. Penso a quanto poco ci metterò a dimenticarmi di questa fila, del biglietto, della partità che andrò a vedere. A quante altre ne dimenticherò. Ma d’altra parte invece Simone che mi accompagna si ricorderà di questo giorno e della lunga attesa con suo fratello, della partita (e perfino di Camoranesi…) come uno dei giorni più indimenticabili della sua infanzia. Lo sarebbe stato anche per me se avessi visto Gullit del resto…
Ma per me gli anni sono passati. Non sto più in fila come ci stanno gli altri, e se proprio devo farlo la motivazione non può essere un calciatore.
Quindi sorrido alla cassiera. Lei automaticamente e senza apparenti rumori meccanici allarga le estremità delle labbra in un equipollente gesto di saluto, poi esita e prima che mi rivolga il solito “prego mi dica”, la tolgo dall’imbarazzo e vado al sodo:
“In quale curva vanno le svedesi?”
“Come prego?”
“Dico.. qual è la curva della Svezia.”
“Curva Ferrovia, credo.”
“E c’è ancora posto sopra?”
“Certo.”
“Ottimo. Tre biglietti, ecco i documenti.”
“Ma sono per lei?”
“E per chi se no?”
“Ah ok.. 33 euro”
“Eccoli”.
“Grazie!”.
“A lei, buona serata!”
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