Consigli a chi vuol fare il giornalista
Come ogni giornata che passo davanti al pc anche questa l’ho iniziata (e probabilmente la concluderò) scorrendo bovinamente le notizie di Corriere.it e Repubblica.it.
Si tratta di un rito che ripeto sempre più stancamente e che prima o poi abbandonerò, così come la speranza di trovare nei due massimi organi di informazione online qualcosa di sensazionale e vero in senso genuino. D’altra parte come si fa a credere a due testate che di genuino e non ritoccato non hanno neppure le foto delle sporcellate nella Colonna dei Peccaminosi e nell’Angolo del Voyeur (così chiamo le zone calde dei due giornali online, qui immortalate nella versione odierna e non certo nella più rappresentativa)?
In mezzo a tutto ’sto popò di niente oggi spunta un articolo di Beppe Severgnini. Il columnist, padre della rubrica Italians, risponde ad un ragazzo che chiede consigli per diventare giornalista. Ecco l’articolo completo.
I giornalisti non temono le lettere d’insulti: fanno parte del mestiere. Un tempo le scrivevano pensionati iracondi, che picchiavano sulla macchina da scrivere con la furia del batterista dei Rolling Stones. Oggi c’è l’email, che consente il copia-e-incolla: col minimo sforzo si posso svillaneggiare commentatori di quattro testate diverse (spesso non ce n’è bisogno: si sono già svillaneggiati tra loro).
Più insidiosa è un’altra tipologia epistolare: l’appello del GAG, Giovane Aspirante Giornalista. Tutti lo siamo stati. Ricordo l’emozione nel ricevere l’elegante rifiuto di Scalfari (12-2-1978) e la motivata chiusura di Montanelli (16-3-78). Ho incorniciato le due lettere, sono il mio personale monumento alla cocciutaggine.
Pur non essendo né Eugenio né Indro, anche Beppe, trent’anni dopo, riceve posta da giovani aspiranti giornalisti. Così, sono certo, molti colleghi. Che fare? Innanzitutto, rispondere. E poi provare a dire qualcosa d’incoraggiante. Non è facile, vista la situazione economica (asfittica), la condizione dei giornali (depressa) e l’umore della nazione (fetido).
Mi scrive Daniele Alfieri (daniele.alfieri@live.it): “Egr. Dott. Severgnini, sono uno studente diciottenne che a fine anno conseguirà il diploma di Liceo scientifico sperimentale, e il cui sogno nel cassetto è diventare in futuro giornalista sportivo. Mio padre è direttore del Tg di un’emittente locale ma la mia è una passione che ho da un po’ di tempo e che sento scorrermi nelle vene. Desideravo conoscere quale facoltà universitaria mi raccomanda e magari taluni consigli per iniziare a scrivere. Appellandomi alla Sua gentilezza confido speranzoso in una risposta. Cordiali saluti e forza Inter”.
Rispondo pubblicamente, sperando d’essere utile ad altri. Ecco, Daniele, undici consigli per la tua formazione (4-3-3, più l’estremo difensore).
1. Leggi molto.
2. Viaggia, guarda, ascolta. E, già che ci sei, ragiona su quanto hai fatto, visto e ascoltato.
3. Allenati nella scrittura (”taluni consigli”? “sogno nel cassetto è diventare in futuro…”? Blah).
4. Impara a capire, parlare, scrivere l’inglese. Bene, anzi benissimo. Quindi: capire la tv e seguire una riunione, parlare in pubblico, scrivere un articolo.
5. Iscriviti a una facoltà che ti piace. La noia accademica è l’anticamera del fallimento.
6. Dopo la laurea, frequenta una buona scuola di giornalismo (IFG Milano?)
7. Studia, sfrutta e bazzica i nuovi media: l’occupazione è lì (altrove sarà soprattutto preoccupazione).
8. Sii tenace come il tuo omonimo, quello che “fortissimamente volle” (anche se era un po’ folle).
9. Sappi che diventare ricchi, nel giornalismo. è difficile almeno quanto restare onesti.
10. Non presentarti a nome di papà.
11. Spera di essere fortunato, altrimenti i consigli da 1 a 10 serviranno a poco.Buona carriera, Danny Boy. Non dimenticarti di me, quando scriverai a un giovane aspirante giornalista del 2038.
A me Severgnini sta simpatico. Si muove in un mondo di pescecani, ma per salvare la pellaccia ha il buonsenso di scrivere cose intelligenti sfruttando argomenti frivoli, piuttosto che sparare puttanate per coprire le magagne dei signori della legge o della guerra che siano.
Siccome mi fido di lui quel che scrive al punto 9) del suo (un)decalogo per i futuri giornalisti non può che lasciarmi un grandissimo amaro in bocca, sebbene non si tratti di una novità per il sottoscritto. Conosco pochissimi giornalisti di persona e tra questi pochissimi soltanto qualcuno mi sembra onesto, mentre non ne conosco nessuno che sia ricco, nemmeno un po’.
La settimana scorsa mi è capitato di parlare a due conferenze stampa, sotto le penne vigili di alcuni aspiranti giornalisti di qualche anno più giovani di me. Nel migliore dei casi si tratta di laureati in cerca di un lavoro che in mancanza d’altro provano la carriera della carta stampata. Nel peggiore si tratta di persone ahimé pochissimo informate che fanno i giornalisti per darsi un tono. Per entrambi purtroppo la condizione è quella di lavoratori non riconosciuti come tali, perché in Italia esiste ancora quel lascito fascista dell’Ordine dei Giornalisti.
Il lavoro di questi giovani è fondamentale per le redazioni locali. Senza di loro nessuno presenzierebbe alla stragrande maggioranza delle conferenze stampa e nessuno scriverebbe articoli. Ad essere precisi non sono poi loro a scrivere quello che leggiamo sui quotidiani. Il loro lavoro di una giornata viene di solito ritagliato, rimaneggiato, titolato in modo spesso fazioso e provocatorio, accompagnato da immagini che invece di completare l’informazione ne forniscono la via interpretativa, e così via fino allo stravolgimento del significato originario stesso. Quindi al mancato riconoscimento in termini economici, deve aggiungersi anche una costante e frustrante sensazione di essere un puro strumento nelle mani dei creatori di notizie. Almeno io mi sentirei così, ed è per questo che non faccio il giornalista.
In mezzo a questo scenario viene da chiedersi come si possa mantenere, da giovani giornalisti, un’aura d’onestà. Non mi pare difficile. Mi pare impossibile. Ma a prescindere da questo, vorrei capire in che modo si intende parlare di libertà di informazione, quando il sistema poggia su basi così marce, quando il processo di deformazione della notizia è tanto strutturale ed endemico.
Scendendo ancora più sul tecnico, per la Costituzione italiana il diritto all’informazione è attivo, passivo e riflessivo: in altri termini la Costituzione dice che ogni cittadino italiano ha diritto ad informare, essere informato e informarsi. Il diritto all’informazione è uno e trino, come le cose più sacre (per chi ci crede). In assenza di uno soltanto dei tre componenti del diritto pieno, il diritto stesso svanisce.
Nel caso dei giovani giornalisti particolarmente lampante è la mancanza di un diritto pieno di informare. Come detto in precedenza, non essendo considerati giornalisti non sono né pagati né considerati come tali. Pertanto il lavoro svolto, spesso con grande impegno, nella ricerca delle notizie, la verifica delle fonti e la scrittura dei pezzi da inviare ai direttori, è declassato a mera materia notificabile, utile all’estro dei capiredazione per pubblicare notizie gradite agli inserzionisti e ai politici prediletti.
Concludo quindi dichiarandomi d’accordo con Beppe Severgnini. Diventare giornalista richiede molto impegno e soprattutto un gran culo ( punto 11). E visto che ci siamo, richiederebbe anche una bella rivolta contro uno degli scandali sommersi più devastanti e dannosi per la libertà nel nostro paese.
Lascia un commento
2 commenti per Consigli a chi vuol fare il giornalista
Due o tre riflessioni velocissime, visto che sono un po’ in cottura andante.
1) il quotidiano come modello di divulgazione informativa è ampiamente superato. Le notizie ormai raramente (quasi esclusivamente nel caso dei giornali locali) le apprendiamo dalla carta stampata. I quotidiani hanno resistito a Tv e Radio perchè in grado di garantire approfondimenti delle notizie preclusi agli altri media. Con Internet anche questa funzione è venuta a meno. Il quotidiano resta valido come prodotto editoriale, non come “media” vero e proprio. Il declino è progressivo.
2) Due tipo di informazione: flash, da velina, tipo ansa, da un alto. Analisi, report completo, dall’altro. Ci sono le agenzie di stampa nel primo caso, ci sono blog e siti dall’altro. I media tradizionali sono presi nel mezzo. Del resto qualsiasi osservazione o commento arguto anche su tematiche di respiro mondiale (video di al qaeda, discorsi di obama, etc) li trovo sulla rete più che sui vecchi media. Una volta che le agenzie mi hanno portato la breaking news, poi la faccio a fette io usando la rete.
3) Apro un blog (come ho fatto) ed ho ben più soddisfazioni che in anni e anni di cronaca in un quotidiano locale, frustrata da mille compromessi e limitata mille direttive.
Giulietto Chiesa, Fulvio Grimaldi, Gianni Minà: i migliori tre giornalisti italiani. Tutti hanno un blog o un sito, nessuno lavora per un quotodiano. Ci sarà anche un perchè.
Dal mio punto di vista le capacità di analisi e di critica sono le uniche doti richieste per fare il giornalista.
Notte
Ciao Apo.
Sono d’accordo su tutto. Aggiungo soltanto che le mie e tue pratiche di approfondimento potranno esser date per acquisite (in Italia) in un futuro ancora non prossimo. Per questo credo che ci sia ancora da temere per i danni provocati da certa carta stampata. E lo stesso discorso vale anche per la televisione. Cerco di spiegarmi.
Quando tu prendi le breaking news dai media tradizionali per poi farle a fette sul web, metti in pratica la tua libertà di informarti. E fin qui il web ci viene incontro.
Per inciso, credo che siamo d’accordo se ti dico che questo modo di elaborare le informazioni è appannaggio di pochi, ovvero di quanti hanno la cultura e il tempo da investire per capire meglio. E questo è un primo ostacolo, ma non è quello più grosso.
A parte la veridicità degli articoli, e l’onestà dei giornalisti, i quotidiani e le televisioni (sempre relativamente all’Italia) hanno ancora un meta-potere, che viene persino prima dell’oggettività e della deontologia professionale: il potere di cui parlo è quello di stabilire con calcoli molto precisi quella che i tecnici della comunicazione chiamano agenda setting.
L’agenda setting, semplificando molto, è l’elenco dei fatti che che diventano notizia, quelli di cui si parla durante la settimana, gli argomenti del giorno. Sembra una questione di lana caprina ma non lo è.
Se di fatto rimane indimostrabile il tipo di influenza che il predominio dei media tradizionali ha sull’opinione pubblica italiana (come tu dici ciascuno di noi ha facoltà di esaminare e criticare le notizie ufficiali), è assolutamente fuori di dubbio che questi media decidano su che cosa l’opinione pubblica deve avere un parere.
Se rovesci la frittata, l’agenda setting stabilisce di fatto ciò di cui non si deve parlare, e ciò che non si deve sapere. Se non a prezzo di una faticosa e laboriosa ricerca personale che prescinde dall’approfondimento delle breaking news.
A me sembra un bel problema che coinvolge tutti, me e te compresi. Perché la mia e la tua ricerca personale non hanno valore ai fini della (in)Formazione dell’opinione pubblica. Anzi, a mio parere è più probabile che succeda il contrario.

Venerdì 28 Novembre 2008